Il Comune di Osasco è situato a pochi chilometri da Pinerolo lungo la riva destra del percorso finale del Torrente Chisone prima della sua confluenza con il Torrente Pellice, sulla strada Pinerolo-Cavour, all’imbocco della Val Pellice e porta dei Comuni della Pianura Pinerolese.
L’esistenza di Osasco, sebbene il primo insediamento sia da far risalire probabilmente ai Celti, viene testimoniata solamente da documenti risalenti al XIII secolo che attribuivano il territorio di Osasco alla vicina Abbazia di Cavour.
Un documento del 1246 ci presenta Osasco fornito di Chiesa e di Parroco e feudo dell’Abbazia di Cavour. Da quanto tempo esso fosse feudo dell’abbazia di Cavour, ricostruita dal Vescovo torinese Landolfo, nel 1037, non risulta da documenti, probabilmente dagli anni che seguirono la cacciata dei Saraceni, verso il 984-985, quando fu necessario affidare all’opera di un ordine monastico questi luoghi, che, essendo stati per molti anni incolti, erano inselvatichiti.
Quando il monastero di Cavour, seguendo la sorte di tutti i monasteri, decadde, Osasco passò sotto il dominio dei Savoia per mezzo di una permuta fatta dall’Abate, col consenso del capitolo del Monastero, con Filippo di Savoia, che, avendo sposato nel 1301 Isabella figlia di Guglielmo di Ville Hardouin, ultimo dei principi di Acaia e Morea, aveva assunto il titolo di Acaia. L’atto contenuto in una lunga pergamena, conservata nell’Archivio di Stato di Torino, fu disteso nel febbraio del 1326. Acquistato Osasco il principe lo unì amministrativamente alla castellania di Bricherasio, che fu riconoscente e pagò per questo al principe una tassa particolare. Così passarono gli Osaschesi sotto il dominio di Casa Savoia e sotto di esso sempre rimasero, se si eccettuano i brevi periodi, nei quali dovettero subire un giogo straniero.
Durante tutto il Medioevo la comunità di Osasco è intimamente coinvolta in un primo tempo nelle lotte per la supremazione sul territorio che contrapposero il principe di Acaia al duca di Savoia, e in un secondo tempo, proprio a causa della sua posizione, a tutti i conflitti che si verificarono tra lo Stato Sabaudo e la Francia. Solo nel 1814 con il ritorno definitivo sotto la sovranità di Savoia inizia un periodo di pace e prosperità.
Osasco fu sotto il dominio degli Acaia, con capitale Pinerolo, per 93 anni, e cioè dal 1325 al 1418. Le vicende di questo periodo si possono raggruppare intorno a questi avvenimenti principali:
- la distruzione e l’incendio di Osasco del 1334 ad opera dei nemici del Principe Filippo di Acaia quali i Monferrini, gli Angioini e i Saluzzesi, in questa distruzione caddero anche il molino ed il battitore di canapa.
- Gli eretici e l’inquisitore P. Antonio da Settimo di Savigliano: dai processi inquisitoriali del Padre domenicano Antonio da Settimo di Savigliano, il quale alzò il tribunale dell’inquisizione in San Donato di Pinerolo nell’anno 1387, risulta che in quel tempo vi erano molti eretici valdesi in Osasco. Gli eretici valdesi, i quali aderirono alla riforma con il Sinodo di Canforan presso Angrogna nel 1532, formavano, verso la fine del 500, una buona parte della popolazione. Scomparvero poi del tutto, per opera dei duchi di Savoia, nei secoli XVI e XVII.
- l’assedio di Osasco del 1396: Osasco sotto il dominio di Amedeo di Acaia, nell’anno 1396 registra un lungo assedio, che durò oltre sei mesi, a mani del fratello Filippo II che primogenito fu diseredato crudelmente dal padre.
- l’investitura di Osasco da parte del principe di Acaia il 14 settembre 1406 a Burone e Bonifacio Cacherano di Bricherasio. Per Osasco fu una gran data, avendo questa nobile famiglia, nel corso dei secoli, contribuito moltissimo al benessere del paese. Nulla si sa dell’origine antichissima della nobile Famiglia dei conti Cacherano d’Osasco. Secondo storici illustri essa proviene dallo stesso ceppo, che ha dato all’Italia ben tre re: Berengario II, Adalberto ed Arduino d’Ivrea. Da tre dei cinque figli di Franceschino di Cacherano derivano i tre importanti rami dei Cacherano: da Guglielmo III il ramo dei Cacherano di Envie, da Bonifacio i Cacherano di Bricherasio e da Brunone i Cacherano di Osasco. I primi due rami diedero alla Chiesa ed alla patria uomini eccellenti in virtù ed in valore.
La famiglia Cacherano d’Osasco, dal 1416, possiede in Osasco un antico e maestoso castello, che gareggia con qualunque altro in provincia.
Osasco, risparmiata dalla peste del 1486 non fu invece risparmiata da funeste invasioni nella prima metà del 500, prima gli spagnoli verso il 1520 -25 e poi i francesi nel 1536.
Tra il 1521 ed il 1525 infierì la peste, probabilmente portata o diffusa dalle soldatesche, alla quale si accompagnò la fame. A tanti dolori si unirono tristi fenomeni naturali quali il terremoto nella notte del 20 febbraio 1525, la carestia del 1540 dovuta alla siccità, in quanto nell’inverno non cadde pioggia o neve e l’estate soleggiò torrida arrestando la vegetazione. Diluviò nell’autunno del 1542 e nel 1543 nembi di cavallette brucarono frutti e fronde ed erano così numerose, che, quando mancato il cibo, perirono, infestarono l’aria con le loro esalazioni.
Il Comune non era certo in floride condizioni, in estrema povertà si era già dichiarato nel 1584 a Carlo Emanuele I, ad immiserirlo di più venne nel 1592 il Lesdiguières, capitano ugonotto, convertitosi nel 1622 al cattolicesimo, sceso in Piemonte per vendicare da parte del Re di Francia sia le ambiziose imprese del duca di Provenza, sia l’occupazione del marchesato di Saluzzo fatta nel 1588 da Carlo Emanuele I.
Gli effetti della occupazione di Osasco fatta dal Lesdiguieres furono tristi, così termina il 1500 e si apre il 1600 altrettanto infelicemente.
Una lunga serie di guerre furono i cinquant’anni di governo di Carlo Emanuele I, dal 1580 al 1630. A queste venne ad aggiungersi nel 1630 la peste.
Dal 1646 si susseguirono tre scomuniche e non bastando fu lanciato l’interpello, pena grave della Chiesa, che venne riconfermato l’anno successivo, non risulta quando sia cessato, ma nel 1689 il popolo chiedeva perdono a Roma a Papa Innocenzo XI, il quale mentre rinnovava l’assoluzione da ogni scomunica, fu largo di favori spirituali.
Nel 1655 Osasco soffre dei danni della ribellione dei Valdesi, prima per parte dei soldati che andavano a combattere gli eretici in Val Pellice, e dopo per parte degli eretici. Gli abitanti da Osasco dovettero fuggire per le minacce degli eretici ribelli e quindi dovette intervenire lo “Squadrone di Savoia”.
Proprio ad Osasco nel 1655 venne ucciso il capitano valdese Jahier, il quale aveva fatto strage a San Secondo e tentò anche di sorprendere Osasco.
Tra il 1690 e il 1692 Osasco subisce il passaggio delle truppe del Catinat, che hanno ridotto il paese in totale rovina, portando via tutto, chiedendo una contribuzione alla popolazione di lire 8.000 dietro alla minaccia dei incendiare il paese.
Osasco nel 1700 vede l’occupazione dei suoi territori da parte dei francesi per la lotta per la successione di Spagna.
Gli anni che seguirono il 1706, anno della vittoria sui francesi a Torino, costata l’eroico sacrificio di Pietro Micca, non furono più un continuo assillo di alloggiamenti di soldati e di saccheggi, ai quali si dovevano aggiungere gravose contribuzioni in denaro.
E’ noto come sul finire del ‘700 sorse in Francia una terribile rivoluzione, il cui scopo principale era di dar l’ultimo colpo al feudalesimo.
Avanzi di feudalesimo non mancavano ad Osasco e, anche qui in forma diversa e più mite della francese ebbero il colpo di grazia, ma solo per pochi giorni.
A partire dal 1798 Osasco vede l’annessione alla Repubblica Francese, l’invasione delle truppe liberatrici austro-russe ed il ritorno sotto il dominio francese tra il 1800 ed il 1814. Pochi documenti relativi a questo periodo si trovano nell’archivio del Comune di Osasco, ma da un censimento proposto dal governo francese Osasco nel 1801 risulta essere di 762 abitanti, dediti per lo più all’agricoltura, con cultura principale quella dell’uva, con una filatura, un mulino a due ruote un battitore da rusca, da canapa ed un martinetto.
La vita pare fosse in questo periodo relativamente tranquilla.
Tuttavia nel 1808 un funesto e spaventoso terremoto causò danni considerevoli. Le prime scosse si avvertirono il 2 aprile e fino al giorno otto furono più di quaranta le scosse, diradandosi per poi riprendere con forza il 12 maggio. Le scosse non cessarono mai del tutto e durarono per circa sette mesi.
Il popolo osaschese, come tutti gli altri popoli, stette in quegli anni attonito a contemplare la stella di Napoleone, e, quando questa tramontò, non la rimpianse, ma fu contento di rivedersi di nuovo sotto il governo sabaudo.
Vittorio Emanuele I, succeduto nel 1802 al pio re Carlo Emanuele IV il 20 maggio 1814 entrò, tra l’entusiasmo del popolo in Torino, e il giorno dopo, come se la rivoluzione e l’impero non fossero mai stati, pubblicò l’editto col quale ordinò che ogni cosa venisse reintegrata “sul piede in cui era prima dell’epoca della rivoluzione”. E su questo “piede” a Osasco si radunò il 2 luglio 1814 di nuovo il vecchio consiglio comunale, il quale si accinse subito a restaurare le cose come prima. Ma una cosa era cambiata: la coscienza del popolo, che, rimasto vittorioso del feudalesimo, ora pensò ad una sistemazione generale: come la Chiesa, la nascita di istituzioni benefiche e si migliora l’industria.
Si sussegue negli anni ad Osasco un’intricata vita politica, specialmente nelle legislature che si seguirono dal 1848 al 1924.
Sorto nel dopoguerra il Fascismo trovò questo paese molto ben disposto ad accoglierlo, tanto più che questo prometteva la soluzione di un lungo e difficile problema: quello della ricostruzione della presa d’acqua sul Chisone dal ponte di Miradolo.
Intanto era avvenuta una grande trasformazione nella vita comunale, con legge in data 4 febbraio 1926 anche ad Osasco veniva affidata l’amministrazione ad un Podestà. Ecco che con R. Decreto del 14 maggio 1926 veniva nominato il primo Podestà, il quale prese possesso il 19 maggio, cessando da quella data le funzioni di Sindaco, della Giunta e del Consiglio comunale.
Con Regio Decreto del 18 ottobre 1928, Osasco veniva unito a San Secondo di Pinerolo. E’ solo nel 1947, quasi vent’anni dopo la sua fusione con San Secondo di Pinerolo, Osasco torna ad avere una propria municipalità.
Il Castello domina per secoli la storia e la vita sociale di Osasco e dei nobili che lo hanno abitato.
Costruito in posizione defilata rispetto al centro dell’abitato, verso Pinerolo. Il castello venne edificato nel XV secolo su commissione dei Principi d’Acaia di Pinerolo.
La sua struttura, di una regolarità e simmetria eccezionali, ne sottolinea la differenza rispetto ai consueti schemi di fortificazione castellana esistenti in Piemonte e tradizionalmente diffusi nelle terre della Pianura Padana.
Nella sua storia il Castello ha subito diverse modificazioni strutturali ed è stato più volte oggetto di battaglie.
Anticamente era circondato da due fossati. La sua pianta è quadrata, con portici interni e torri rotonde ai quattro angoli. L’attuale struttura con la quale il complesso architettonico è stato trasformato da fortezza militare a luogo di residenza barocca, è riconducibile storicamente al 1700, ad opera di Carlo Francesco Cacherano che rimoderna in modo considerevole e orna l’antico castello rendendolo così più civile abitazione. Viene costruito all’interno del cortile un porticato con volte a crociera sui lati est e sud e al di sopra di questo dei loggiati inizialmente aperti e poi chiusi con finestre nell’ottocento.
Il fatto più sostanziale della trasformazione barocca fu l’edificazione di un secondo piano per aumentare la disponibilità dei locali: l’iniziale cammino di ronda che correva intorno al perimetro venne a scomparire con il totale tamponamento della merlatura ghibellina.
Le torri vennero così a trovarsi ad un livello anomalo rispetto alla copertura tanto da indurre erroneamente qualcuno a pensare che le torri fossero state cimate.
Nello stesso tempo il ponte levatoio sull’ingresso fu sostituito da un ponte in pietra.
Nel 1395 gli abitanti ottengono dai signori di Osasco che venga fabbricato intorno al castello un ricetto fortificato per il ricovero di uomini e cose in tempo di guerra che viene realizzato con alte mura, torri circolari agli angoli, fossati, un porta con ponte levatoio sul lato orientale, il tutto per racchiudere una superficie di circa undicimila metri quadrati: demolita la porta con ponte levatoio dagli assedianti francesi nel 1704, si dà l’avvio alla demolizione del ricetto di cui rimangono poche tracce tra cui il fossato più esterno sull’attuale ingresso e ruderi di uno dei torrioni.
Le facciate prospicienti il giardino ed il parco furono dipinte a fresco dal pittore Amedeo Caisotti di Cuneo nell’anno 1705: su uno sfondo di finto bugnato furono raffigurate scene di storia romana e di fantasia, mentre la linea delle merlature fu segnata da un susseguirsi alternato di teste di animali e di volti umani.
Nel castello la Cappella privata dei Conti Cacherano gode dell’indulto apostolico della celebrazione della Santa Messa.
Nel 1939 Carolina Decio, riuscì a riottenere il Castello che il marito aveva venduto ai monaci di Lerins all’inizio del secolo. In conseguenza a leggi di confisca dei beni ecclesiastici emanate dallo Stato Francese, i monaci avevano infatti cercato un luogo dove trasferirsi per timore delle confische e avevano acquistato il castello.
Il Castello viene così descritto dal frate incaricato di redigere le cronache dell’Abbazia: “Il Castello di Osasco domina una vasta pianura chiamata per il suo splendore giardino d’Italia ed offre un panorama veramente unico: da un lato la vista sembra poter raggiungere il mare, dall’altro è catturata dalla visione delle alpi e del Monviso”.
Durante il periodo di permanenza nel castello, i religiosi apportarono alcune modifiche interne. Nel terzo piano, aggiunto alla fine del ‘600, furono ricavate più di 20 celle e, al primo piano, l’abate aveva trasformato alcune sale ad uso abitativo. Il salone del piano terreno veniva utilizzato come refettorio.
Lo splendido giardino ed il parco che circondano sui lati sud e ovest il Castello sono stati progettati dall’Arch. Benedetto Alfieri, noto per aver realizzato celebri parchi di ville sabaude, fu inoltre eretto un monumentale arco di collegamento tra il giardino ed il parco, tutto ciò comportò naturalmente l’interramento del fossato sul lato est.
Il Castello di Osasco, è attualmente ancora di proprietà della famiglia Cacherano d’Osasco, è visitabile su prenotazione e viene messo a disposizione per congressi, cerimonie, concerti, oltre ad essere entrato nel circuito ORGANALIA 2009.
Oltre al Castello la proprietà consiste in una cascina con terreno ricompresi all’interno delle mura.
La cascina recentemente in occasione delle Olimpiadi 2006 è stata trasformata in Agriturismo con possibilità di ristorazione e pernottamento.
Nella vecchia stalla della cascina adiacente il Castello ha sede il museo della antica civiltà contadina e dell’ingegno contadino.
Due sono le cappelle in Osasco: quella della Madonna della Neve e quella dedicata a San Filippo ed Antonio da Padova alla “Cascina Grossa”.
Non si sa quando fu eretta la Cappella della Madonna della Neve, che fino all’inizio di questo secolo si trovava nella piazza del Paese. Parrebbe verso la fine del 1300. Infatti nei protocolli dell’archivio arcivescovile di Torino alla data del 28 gennaio 1381 si trova l’ordine del Vescovo Giovanni a Guglielmo e Ugoneto di edificare e dotare la cappella.
La cappella della Madonna della Neve ebbe lungo i secoli XVII e XVIII una discreta fortuna, sicché essa aveva il suo cappellano, per lo più anche maestro. Essa ebbe vari restauri, finché in principio del ‘900 si stimò miglior partito rifarla e trasportarla all’entrata del paese dalla parte verso Pinerolo.
Essa fu costruita nel 1905 su disegno dell’ing. Stefano Cambiano. Tutto il paese si mostrò generoso ed in particolare la famiglia Rossi-Bruera donando l’altare in marmo finissimo, consacrato nel 1924, e la balaustra pure in marmo. La signora Giuseppina Ferrea ved. Gerleri donò il pavimento in mattonelle alla veneziana.
Sulla facciata sta dipinta la Vergine in un affresco di pregevole pittura del Calosso.
La Cappella dei Santi Filippo ed Antonio da Padova è annessa alla “Cascina Grossa”. Questa cascina fu lasciata in eredità ai frati minori Conventuali di san Francesco dall’Abate Don Carlo Ottaviano Brayda nel 1700 ed essi nel 1721 eressero l’annessa cappella.
Essa ebbe vari restauri uno importante nel 1766, quando si rifece pure l’altare.
In principio dell’ottocento per decreto della consulta piemontese essa passò alla borsa valdese, indi al R. Economato. La famiglia Fer Baronis, allora proprietaria della cascina, fece completamente restaurare la cappella e l’arricchirono di dipinti e di una preziosa reliquia del santo legno della Croce..
L’antica Chiesa Parrocchiale sorgeva a levante della cascina parrocchiale fin dai primi secoli dopo il 1100. Aveva innanzi a sé un piccolo piazzale, che serviva anche da cimitero a chi desiderava esser ivi sepolto.
Nell’interno aveva tre altari: l’altare maggiore dedicato alla Natività di Maria Santissima, l’Altare del Suffragio e l’altare della SS. Annunziata. A questo altare in principio del ‘600 si cambiò titolo con quello di Santa Croce, perché ivi il Conte Carlo Amedeo Cacherano d’Osasco aveva fatto trasportare un pilone, che aveva fama di miracoloso.
L’Antica Chiesa parrocchiale era assai povera e semplice: essa rimase fino alla metà del ‘700 coperta da un semplice soffitto in legno. Sulla fine di quel medesimo secolo era in misere condizioni e ad aggravarle avvenne il terremoto del 1808, sicchè la chiesa fu ridotta ad essere non solo più decente, ma pericolosa per il popolo.
Nel marzo del 1816 partiva da Osasco alla volta di Torino la supplica per la costruzione della nuova Chiesa. Essa, diretta a Sua Maestà, sarebbe stata presentata alla segreteria di Stato dal Conte Enrico Cacherano di Osasco. Dalle lettere appunto di questo illustre personaggio, risulta che sulle prima il parroco aveva trovato difficoltà da parte del popolo, forse perché pareva troppo grandioso il progetto. Ma le difficoltà furono superate ed il popolo diede un grande esempio di fede.
Nell’aprile del 1817 si iniziò la costruzione della Chiesa, della quale aveva gratuitamente fatto il disegno l’Architetto Ceroni per mezzo del Conte Enrico. Si fecero le fornaci nel “campo Borri” poco lontano dal mulino, ed agli operai che lavoravano lungo la settimana si aggiungeva la domenica il popolo. Essa venne a costare 31.000 lire, delle quali 15.000 furono pagate dalla famiglia dei conti Cacherano d’Osasco, 6.000 dal Regio Economato, 3.000 dal Parroco, 2.000 dal sig. Amedeo Rocca ed il restante da tutto il popolo osaschese, il quale non potendo far molto perché ridotto dalle passate guerre in grande povertà, offrì in luogo del denaro le sue robuste braccia e la sua buona volontà.
Ben sette anni durarono i lavori dal 1817 al 1824. Nel 1825 si iniziò la costruzione del campanile, che venne a costare lire 4.200.
La nuova chiesa in stile Rinascimento, riuscì maestosa. Tutti i parroci, che seguirono, ebbero cura di renderla sempre più bella.
Nel 1888 essa per la munificenza della signora Cristina Carlo Demarchi, del Cav. G.B. Bruera e della Compagnia del SS Sacramento fu dipinta con squisito senso artistico dal pittore Lauro, sui disegni del Morgari.
Nel 1915 il Parroco Don Granero faceva porre i gradini in marmo all’Altare maggiore e nel 1924 ai due Altari laterali e faceva pavimentare in mattonelle alla veneziana i due rispettivi presbiteri.
Successivamente il parroco Don Simone Molinero, con il concorso di tutta la popolazione, la arricchì di un pregevole organo della ditta Cav. F. Vegezzi Bozzi e figlio di Centallo.Recentemente la Chiesa parrocchiale è stata oggetto di ristrutturazione e consolidamento strutturale, sono in previsione lavori di restauro degli affreschi.
Sul finire del ‘700 fino alla metà dell’800 le condizioni del cimitero erano di abbandono, le quali peggiorarono quando si abbandonò l’antica Chiesa parrocchiale presso la quale si trovava.
Il problema fu risolto nel 1849 quando si costruì il nuovo cimitero, restaurato ed ampliato nel 1935 dal Podestà gen. Augusto Allois.
Nel cimitero comunale sono state individuate, ai sensi della legge regionale n. 35/1995 tre cappelle cimiteriali il cui modello stilistico archiettonico è risultato significativo nell’ambito della strutturazione del cimitero di Osasco costruito durante il governo francese napoleonico, che determinò l’allontanamento delle aree di sepoltura dai centri abitati con la promulgazione delle leggi igienico sanitarie di inizio ottocento.
Le testimonianze artistiche presenti in Osasco abbracciano una produzione popolare diffusa in Piemonte, quella dei “Piloni”.
Su come queste testimonianze artistico – religiose siano nate, non risulta ci siano prove documentali.
Uno dei primi elementi che saltano all’occhio, è costituito dal fatto che questi tempietti si trovano quasi sempre nei pressi di un incrocio fra più strade, per ricordare qualche avvenimento particolare, o per l’adempimento di un “voto” fatto in un momento di grave pericolo, scampato grazie all’intervento di qualche “conoscenza” in paradiso, a cui veniva appunto in seguito dedicato il pilone e probabilmente perché la gente in questi punti si incontrava, si aspettava e, magari mentre attendeva pregava. Poi forse nasceva l’idea di ricordare con un pilone il Santo invocato in una determinata occasione.
Di certo si sa che fin verso gli anni ‘70 alcuni piloni erano meta di particolari pellegrinaggi, di processioni chiamate “Rogazioni”: si trattava di momenti di preghiera che si svolgevano, alle prime luci dell’alba, in primavera ed erano rivolti ai santi, al fine di implorarli affinché allontanassero la grandine, la morte improvvisa ed altre calamità della vita.
L’elenco dei piloni presenti in Osasco: Calliera, Via Bussonrondo, Via Simondetti, Via Prabello, Regione Conti, via Martiri della libertà, Via Ronchi, Via Viassa, via Rovina e quello nei pressi dell’area ex distributore (Maffei).
Si tratta di un numero considerevole di cappellette votive, alcune delle quali compaiono su una mappa catastale comunale risalente alla metà del XVIII secolo, soprattutto se rapportato all’estensione del territorio del comune di Osasco, e si tratta, quindi, di un numero significativo sul piano degli studi sociali.
La presenza di espressioni concrete di culto popolare sul tipo delle cappelle votive sta ad indicare, di norma, la necessità pratica di allontanare un pericolo. Trattandosi di un territorio di campagna e che da sempre ha vissuto sui raccolti agricoli, è evidente che almeno una gran parte dei piloni fu costruita per stornare grandini, siccità, alluvioni, ossia tutti gli effetti atmosferici, climatici e ambientali che potessero tradursi negativamente per il lavoro agricolo. Alcuni dei piloni furono edificati in dedica a persone specifiche, di cui si intendeva onorare la vita in un percorso ideale di celebrazione attraverso la preghiera.
Il manufatto è senza dubbio degno di mirate attenzioni volte ad una sua dignitosa conservazione, essendo testimonianza materiale della struttura urbanistico-difensiva dell’insediamento di Osasco sin dagli inizi del ‘400 infeudato ai conti di Bricherasio, denominati Cacherano d’Osasco e comunque dominio sabaudo sin dal 1418 anno in cui la dinastia Acaia si estinse ed i territori pinerolesi ceduti al ducato di Amedeo VIII.
La porta delimitava e consentiva l’accesso al borgo da nord, lungo un tratto viario dal quale si dipartono traverse che conducono al non distante castello feudale e funge da assetto murario, congiungimento tra residenze alto borghesi nobiliari adiacenti ancor oggi leggibili nei loro tratti connotanti.
I temi degli affreschi osservabili sono riconducibili ad eventi che hanno interessato la comunità. Sul prospetto esterno compare, anche se gravemente sbiadito, lo stemma araldico dei Conti feudatari incorniciato in un riquadro dipinto con temi scarsamente riconoscibili, ma che mostrano la presenza di figure umane; sul lato interno due figure della Chiesa di Roma, mostrano il lenzuolo sindonico, probabilmente passato nelle vicinanze di Osasco durante uno spostamento.
Lo stemma della famiglia Cacherano d’Osasco è stato fatto “scomparire” dall’arco nell’anno 1797 a cura del Comune su richiesta della popolazione con un passaggio di intonaco poi caduto, per cui oggi lo stemma è ancora parzialmente visibile.
Con riferimento al testo “Cenni storici su Osasco” di Mons. Giuseppe Demarchi la datazione degli affreschi sarebbe da far risalire all’inizio del XVII secolo, nel contesto della Controriforma.
L’affresco esterno rappresenta il potere civile e nobiliare di Osasco, quello interno il potere religioso, infatti la Portassa, a quei tempi, rappresentava l’unica via di uscita verso Pinerolo.
Gli affreschi sono stati oggetto di restauro e recupero negli anni 2003/2004, all’interno di un progetto di più ampio respiro che prevedeva la riqualificazione dell’area centrale-storica del paese..
Non risultano esistere dati precisi sulla data di costruzione del fabbricato Casa Claro, tuttavia confrontando alcune analogie con una costruzione tuttora esistente in Valle Varaita si può ipotizzare che risalga al XVI secolo su progetto redatto da un architetto veneziano che ha operato in quei tempi nella nostra regione.
Il fabbricato risultava essere l’abitazione padronale dei proprietari della allora annessa filanda. Tale ipotesi è avvalorata anche dall’analisi che si può fare sulla famiglia proprietaria del terreno sul quale sorge la caratteristica costruzione, ossia la famiglia degli Osasco, di cui si hanno notizie certe sin dal secolo XVII e precisamente dal 1659.
La famiglia Osasco fece costruire nel 1790 la filanda che arrivò ad occupare un centinaio di dipendenti per quattro mesi all’anno, senza contare le attività connesse, quali l’allevamento dei bachi da seta e la coltivazione del gelso.
Nell’anno 1977 l’Amministrazione comunale decide l’acquisizione del fabbricato Casa Claro e dell’adiacente giardino per adibirlo a nuova sede degli uffici comunali e sede di rappresentanza.
La struttura, costruita su pianta rettangolare ad un solo livello fuori terra, mostra un unico vano aperto sulla pubblica viabilità lungo due lati e definito da una successione di cinque arcate a schiena d’asino (tre sul lato maggiore, due su quello minore), sorrette da pilastri a base quadrata di cui tre dotate di parapetto e due costituenti ingressi pedonali all’ala.
L’apparecchiatura muraria è intonacata e tinteggiata secondo una bicromia rosso mattone per la base, e bianca per i prospetti interni e per i profili degli archi e dei pilastri. La copertura è sorretta da capriate lignee e manto in lose.
L’ala del mercato, luogo di incontro e scambio commerciale, appare nella società contadina pinerolese preindustriale quale manufatto delle valenze socio-culturali connotanti l’ambito territoriale di cui è parte, e testimoniando oggi tale realtà rimasta significativa sino a non molti decenni or sono.
Similmente ad altri insediamenti dell’area, l’ala del mercato occupa una porzione del principale spazio urbano del paese, sul quale si affacciano talvolta anche gli edifici del potere civico, quali il municipio, e/o della fede, quali la chiesa parrocchiale.
Nel museo sono conservati attrezzi ed attrezzature agricole usate prioritariamente dalla civiltà contadina, alcuni dei quali realizzati specificatamente sulle esigenze dei contadini locali, che nei secoli scorsi si sono venute a creare.
Vi sono una raccolta di attrezzature relative alla coltivazione dei bachi da seta (Osasco era sede di una filanda che per quattro o cinque mesi all’anno dava lavoro ad un centinaio di persone).
Sono inoltre previste visite guidate e conferenze con esperti del settore delle attività contadine.
Osasco, che può vantare di aver dato i natali ad indefessi lavoratori e a forti soldati, novera pochi dei suoi figli, che abbiano lasciato ricordo di sé.
In particolare uno di essi lasciò una larga impronta in terra straniera, nel Brasile, ove fu illustre colonizzatore.
Antonio Agù nacque ad Osasco il 25 ottobre 1845. A ventisette anni partì, nel 1872, per il Brasile dove trovò lavoro nella ferrovia Sorocabana e dove sposò tale Benvenuta Chiareta. Nei pressi del chilometro 16 della ferrovia Sorocabana, dove già esisteva un piccolo centro abitato, Antonio Agù, lavoratore indefesso ed oculato, acquistò 700.000 mq. di terreno su cui, a poco a poco, costruì fornaci, fabbriche ed impiantò piantagioni di viti, rose, eucalipti, asparagi e gelsi e costruì nella zona una stazione ferroviaria. A quella località situata presso il chilometro 16 nel maggio 1919 venne dato, in omaggio a Antonio Agù, il nome di Osasco. Ma il fondatore, proprio in quell’anno, venendo in Italia, moriva lasciando tutti i suoi beni al figlio Cesare Enrico. Nel 1945 fu fondata la Società degli Amici di Osasco, lo scopo era di migliorare le condizioni del distretto di Osasco che fino al 1958 faceva parte del municipio di Barberi. Con legge n. 5921 del 31/12/1958 finalmente Osasco divenne indipendente e creata Municipio e nel 1962 ne prese possesso il primo Prefetto. Il grande sviluppo industriale richiamò in Osasco moltissimi emigrati da ogni parte del mondo i quali ogni anno celebrano, in ricordo di Antonio Agù, la festa dell’Emigrazione, uniti dalla stessa vita. Una catena montuosa divide San Paolo del Brasile da Osasco che oggi è una grande città con circa un milione di abitanti con un’area di 66 chilometri quadrati.
Nel 1973 venne intitolata ad Antonio Agù la strada comunale, la delibera è il primo documento che prelude al gemellaggio ratificato tra l’Osasco Italiana e l’Osasco del Brasile, siglato dal Sindaco dell’Osasco Italiana, Guido Geuna, dal Sindaco della Città di Osasco del Brasile, Francisco Rossi De Almeida, e dal Presidente del Consiglio comunale della Città di Osasco, Josè Dos Santos.
Dal 1991, ogni anno i cittadini di Osasco del Brasile e dell’Osasco Italiana si scambiano visite reciproche, tramite delegazioni ospitate vicendevolmente.
La valenza turistica è sopranazionale in quanto molto spesso il territorio osaschese è meta turistica di cittadini brasiliani, interessati alla storia del territorio ed in particolare all’emigrante Antonio Agù.
Nel parco dell’Allea è visitabile il Monumento “Al lavoratore nel mondo” donato dalla Città di Osasco del Brasile a coronamento della sigla del gemellaggio tenutosi nell’ottobre del 1991 in Brasile.
Non è un monumento al folklore o ad un evento episodico facilmente superabile nel tempo, ma un simbolo e un richiamo fortissimo alla civiltà del lavoro ed a quei valori di fratellanza e convivenza internazionale anticipati a fine ‘800 da un agricoltore della nostra terra, Antonio Agù, che ha avviato un progresso di solidarietà fra i popoli, più autorevole di qualsiasi lezione impartita dalle moderne e più sofisticate diplomazie.
Un simbolo che ricorderà sempre la Città sorella del Brasile, che con questo dono vuole significare il profondo affetto e la stima che unisce le due comunità.
Il pensiero riconoscente ad Antonio Agù e a tutti quei piemontesi nel mondo che, come lui, hanno tracciato – pagando il doloroso scotto dell’emigrazione – la strada della fratellanza e della solidarietà fra genti diverse in nome del lavoro e dell’amore universale che mai tramonta